Patologia da valanga
Dr.
Fabrizio Spaziani
Anestesista-Rianimatore Elisoccorso Bellunese
Medico
CNSAS – II Delegazione Bellunese – Veneto
La rapidità del soccorso
è l’elemento cruciale della sopravvivenza in valanga. L’autosoccorso è senz’altro la
forma più valida e risolutiva dell’evento ma spesso è fondamentale il supporto
del soccorso organizzato e l’elisoccorso in questi
casi è l’unica risorsa che garantisce una reale tempestività d’intervento.
Operare celermente per recuperare un sepolto da valanga significa scongiurarne la morte che, nella
maggior parte dei casi, sopraggiunge per asfissia. Non sono rare, però, le
volte in cui, intervenendo più tardivamente per fattori non dipendenti dalla nostra
volontà, ci si trova di fronte ad una vittima che non ha evidenza di traumi
incompatibili con la vita e soprattutto non ha evidenza di asfissia (presenza
di cavità aerea davanti la bocca e/o prime vie respiratorie libere). In questa evenienza il sospetto di essere davanti ad un caso d’ipotermia
severa in stadio IV con arresto cardiaco anche protratto, quindi di un probabile stato di morte apparente, è forte e impone delle scelte
terapeutiche e organizzative ben precise, finalizzate al recupero del paziente.
Dal momento che le
variabili ambientali sono tante ed a volte non facilmente quantificabili,
mentre l’esperienza è sempre relativamente scarsa (anche se
spesso ci si illude di averne tanta!), non è affatto facile stimare e prevenire
la possibilità del distacco di una valanga e quindi evitare di esserne travolti
. La ricerca tecnica attuale volge quindi allo sviluppo della protezione
passiva da seppellimento di valanga studiando soprattutto dispositivi in grado
di modificare i fattori che influiscono su quella che è la principale causa di
morte: l’asfissia. Tra questi il tempo e la profondità di seppellimento sono elementi fondamentali. Dispositivi
come l’”ARVA” e
il “K2 avalanche ball” riducono il tempo di
seppellimento facilitando l’individuazione del sepolto, mentre l’”ABS Air-bag” e l’”Avagear” riducono la
profondità del seppellimento abbreviando quindi il tempo di disseppellimento. A
questi si aggiunge l’”Avalung” che allunga il tempo
di sopravvivenza sotto la valanga. Tutti i dispositivi citati,
quindi, agendo sul fattore temporale, sono fondamentali per limitare l’effetto
lesivo dell’asfissia e, di pari passo, dell’ipotermia. Quest’ultima
s’instaura molto rapidamente in valanga ma è raramente
causa di morte. Quando si interviene tardivamente (oltre i 35 minuti dal
travolgimento) è possibile trovare il paziente in uno stato d’ipotermia severa
(III o IV stadio), che può essere considerato come un “effetto collaterale” legato all’inevitabile
trasferimento di calore fra due corpi di diversa temperatura che vengono a
contatto.
L’ipotermia è per il medico
soccorritore una sorta di barriera che offusca la reale situazione clinica,
celando tutti quegli indizi che permetterebbero una diagnosi differenziale fra
una morte reale e una morte apparente. L’algoritmo formulato
da Brugger et al., approvato dalla CoMed
Internazionale della CISA, è un valido aiuto in quei momenti cruciali nei quali,
di fronte ad una vittima da valanga priva di funzioni vitali, si deve
sciogliere quell’angosciante dubbio se decidere di
continuare nell’iter terapeutico volto al suo recupero ( ogni uomo non è morto finchè non è caldo e morto) o se decretarne la morte. Il
rinvenimento di una cavità , anche molto piccola,
davanti la bocca è l’elemento fondamentale per escludere una morte da asfissia.
In questi casi il pz non è subito anossico
ma solo ipossico. La grandezza della cavità
unitamente alle caratteristiche della neve e alle caratteristiche individuali
del soggetto determinano un grado variabile, anche se pur sempre ingravescente, di ipossia. Parimenti e inversamente, lo
spazio limitato in cui respirare non permette un wash-out dell’anidride
carbonica che in breve tempo, aumentando nel sangue (ipercapnia),
determina la perdita di coscienza. Tutto ciò unitamente alla temperatura
e al tipo di neve e alla protezione termica del travolto determina un rapido
crollo della
temperatura interna (fino a 8°C/h). Col diminuire della temperatura interna le
funzioni vitali si “spengono” fino a cessare
completamente al di sotto dei
Il paziente deve essere
considerato ancora “vivo”, fino a prova contraria (riscaldamento avvenuto), ma
in uno stato di “morte apparente” per ipotermia severa.
La sfida per il medico dell’emergenza è quindi
individuare, trattare ed iniziare le procedure che mirano al recupero di quanto,
talvolta, sembra irrecuperabile.
Pertanto sarà indispensabile iniziare le manovre rianimatorie
con intubazione oro-tracheale e Massaggio Cardiaco
Esterno (MCE) monitorando
l’attività cardiaca e
Per quanto attiene al
trattamento del sepolto da valanga oltre i
Il paziente che conservi ancora attività
respiratoria può andare incontro ad un improvviso arresto respiratorio durante
il disseppellimento. Verosimilmente l’iniziale risposta iperventilatoria
legata all’ipercapnia e all’ipossia
viene inibita nel momento in cui il paziente, liberato
dalla neve, respira nuovamente in normossia.
Infine il sepolto da
valanga per un tempo inferiore a
I trattamenti eseguiti
sul territorio al paziente in verosimile stato di morte apparente hanno lo
scopo d’interrompere la noxa patogena (asfissia e
raffreddamento) ma non permettono di certo il recupero del paziente dal punto
di vista funzionale, perché la vera terapia, il vero
recupero del paziente è intraospedaliero. Il nostro
obiettivo è l’accorciamento del gap temporale che intercorre fra l’evento e il
disseppellimento e fra quest’ultimo e l’inizio del
trattamento dell’ipotermia, possibile solo con le complesse tecnologie presenti
in centri specialistici dotati di Cardiochirurgia e Rianimazione. E’ necessario
formulare preventivamente dei piani d’intervento volti all’attivazione
immediata delle strutture e del personale coinvolti in questa “catena” di
soccorso. Tali piani dovrebbero essere conosciuti e condivisi soprattutto dagli
operatori dell’elisoccorso (medici e infermieri)
perché sono quelli che devono attivare, eventualmente, la procedura. Il
soccorso in valanga è
comunque raro anche in zone turistiche abbastanza frequentate e spesso quello
che manca a tutti coloro che operano è l’informazione e l’esperienza.
Fondamentale al riguardo, come raccomandato anche dalla CISA IKAR, è lo
sviluppo di una
maggiore sensibilità per la formazione e l’addestramento del personale operante.
Altre sono poi le sfide che
si profilano per il trattamento ospedaliero mirato non solo al recupero del vita del paziente ma anche alla massima riduzione dei
danni derivati dall’ipossia e/o anossia. In questi
casi le modalità di riscaldamento per il grado IV d’ipotermia sono
universalmente accettate (CEC). Si sta valutando l’applicabilità del
riscaldamento attivo interno anche a livelli d’ipotermia di grado III in
presenza, però, di una valida attività di circolo. Si vedrà inoltre se il
trattamento con ipotermia lieve del paziente in coma post-anossico
da arresto cardiaco, attualmente in fase sperimentale,
potrà essere applicato anche al travolto
da valanga.
In conclusione, il soccorso in valanga solleva
molte problematiche legate all’eccezionalità dell’evento, all’ostilità
ambientale, ma anche alla
mancanza d’indizi precisi sulla patogenesi di una clinica che spesso appare non
chiara ed evidente. Inoltre la consapevolezza dell’importanza del fattore tempo
può indurre a valutazioni e scelte frettolose e, per questo, erronee. La formazione, l’addestramento, l’utilizzo di semplici
ma precisi algoritmi di management, la pianificazione di procedure che disciplinino l’interazione tra le varie unità operative
coinvolte nella catena del soccorso costituiscono i punti di forza di questa
particolare emergenza sanitaria.
Bibliografia
Atti del “1°Corso sperimentale di Elisoccorso in ambiente alpino per operatori sanitari.”
Val d’Aosta 2007 (sessione invernale)